La separazione personale dei coniugi


  1. Che cos’è
  2. La separazione legale
  3. La separazione consensuale
  4. La separazione giudiziale
  5. Effetti sul patrimonio dei coniugi: lo scioglimento della comunione legale
  6. I diritti successori e la pensione di reversibilità
  7. La casa familiare
  8. Il mantenimento e gli alimenti
  9. Deducibilità fiscale dell’assegno di mantenimento
  10. L’affidamento dei figli
  11. La modifica delle condizioni di separazione
  12. La separazione di fatto
  13. Accordi preliminari sulla separazione

1. Che cos’è
La separazione dei coniugi è un istituto disciplinato dal codice civile (artt. 150 e ss. c.c.), dal codice di procedura civile e da una serie di leggi speciali.

La separazione non scioglie il vincolo matrimoniale e, quindi, non fa venir meno lo status giuridico di coniuge (effetti che saranno prodotti eventualmente dalla pronuncia di divorzio). Essa fa cessare alcuni degli effetti propri del matrimonio (scioglimento della comunione legale dei beni, cessazione degli obblighi di fedeltà e di coabitazione) ma non intacca gli altri effetti che continuano a prodursi tra i coniugi seppur in forma differente o limitata (obbligo di contribuzione nell’interesse della famiglia, obbligo di mantenimento del coniuge più debole e dovere di mantenere, educare ed istruire la prole).

La separazione può essere pronunciata per cause oggettive e cioè quando, indipendentemente dalla responsabilità di uno dei coniugi, si verifichino fatti che “rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio all’educazione della prole” (art. 151, comma 1, c.c.).

La separazione, a differenza del divorzio, ha carattere transitorio giacché i suoi effetti possono venir meno in qualsiasi momento con la riconciliazione dei coniugi (art.157 c.c.) o col divorzio stesso, a meno che i coniugi non intendano mantenere lo status legale di separati.

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2. La separazione legale
Il codice civile contempla e disciplina esclusivamente la separazione legale, distinta in separazione giudiziale e separazione consensuale. La separazione legale si differenzia dalla cd. separazione di fatto perché produce effetti che incidono sui rapporti personali e patrimoniali intercorrenti tra i coniugi nonché tra genitori e figli.

La distinzione tra separazione consensuale e giudiziale, ai sensi dell’art. 150 comma 1 c. c., è basata dalla sussistenza, o meno, di un accordo tra i coniugi in ordine alla separazione in sé ed alle sue modalità, (es. affidamento dei figli, misura dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge economicamente più debole e della prole etc.).

In entrambe le ipotesi, affinché si producano gli effetti della separazione, è necessario adire l’Autorità Giudiziaria che si pronuncerà – secondo dei casi – con sentenza (separazione giudiziale) oppure con decreto di omologazione (separazione consensuale) che renda esecutivo l’accordo raggiunto.

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3. La separazione consensuale
La separazione consensuale, come si è detto, presuppone un accordo tra i coniugi in ordine alla separazione e a ciascuna inerente questione (diritti patrimoniali, mantenimento del coniuge debole, diritti di visita e mantenimento della prole, assegnazione della casa coniugale).

Il procedimento per la separazione ha inizio con il deposito del ricorso. All’udienza fissata dinanzi al presidente del tribunale, i coniugi devono comparire personalmente per il tentativo obbligatorio di conciliazione. Il presidente del tribunale può adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti. È da questa data che decorre il termine di tre anni per poter richiedere il divorzio.

Se gli accordi sono ritenuti equi e non pregiudizievoli per i coniugi e soprattutto per la prole, il tribunale dispone con decreto l’omologazione delle condizioni, così determinando di diritto la separazione.

Le condizioni stabilite in sede di separazione consensuale potranno comunque essere modificate o revocate qualora intervengano fatti nuovi che mutano la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

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4. La separazione giudiziale
Si fa ricorso alla separazione giudiziale nel caso in cui non vi sia accordo tra i coniugi e non può pertanto addivenirsi ad una separazione consensuale. La separazione giudiziale può essere quindi richiesta anche da uno solo dei due coniugi.

In caso di separazione giudiziale è possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè che venga accertato come i fatti che “rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio all’educazione della prole” (art. 151, comma 1, c.c.) siano stati determinati dalla violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, assistenza morale e materiale, cura della prole, etc.) imputabile ad uno dei coniugi. In particolare, ai fini dell’addebitabilità della separazione, è necessario accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente trasgressivo (ai doveri coniugali) di uno o entrambi i coniugi, e, quindi, se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza. Ciò in quanto non può darsi luogo ad alcun addebito allorché la violazione dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale, o quando è in detta crisi che vada ravvisata l’unica causa della separazione (Cass.2001 n. 12130 ; Cass. Sez.I n. 7566/1999; Cass, Sez I n. 10742/1998).

Nel caso in cui sia riconosciuto l’addebito a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.

La prima udienza del giudizio prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al presidente del tribunale ed avviene con le stesse modalità della separazione consensuale. Anche per il caso di separazione giudiziale, il presidente del tribunale può, in questa fase, adottare i provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge debole e della prole. Successivamente, il procedimento si svolge secondo le forme del rito ordinario ed il provvedimento emesso a conclusione ha la forma di sentenza.

È pure riconosciuta la possibilità di dichiarare immediatamente la separazione tra i coniugi, con sentenza non definitiva già in conseguenza alla prima udienza, in modo da poter poi proseguire il procedimento per decidere solo gli aspetti controversi. Ciò permette di poter richiedere il divorzio anche prima dell’emissione della sentenza definitiva che statuisca e disciplini i rapporti tra i coniugi.

Qualora si inizi una separazione giudiziale questa, anche in corso di causa, può essere trasformata in separazione consensuale. Non può invece accadere il contrario, e deve avviarsi una nuova procedura.

Le condizioni stabilite in sede di separazione giudiziale potranno comunque essere modificate o revocate qualora intervengano fatti nuovi che mutano la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

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5. Effetti sul patrimonio dei coniugi: lo scioglimento della comunione legale

La separazione legale (consensuale e giudiziale), produce vari effetti sul patrimonio dei coniugi.

In primo luogo essa determina lo scioglimento dell’eventuale regime di comunione legale dei beni (art.191 c.c.). Tale effetto, naturalmente non si produce se al momento della celebrazione del matrimonio, o successivamente, è stato adottato il regime di separazione legale dei beni.

Il codice civile detta un’articolata disciplina volta a determinare quali beni vanno a costituire la comunione. Principalmente sono esclusi dalla comunione tutti i beni acquistati antecedentemente alle nozze e quelli cd. personali (art. 179 c.c.)

Dopo la separazione ciascuno dei coniugi acquisisce il diritto potestativo di chiedere la divisione dei beni comuni.

La divisione potrà essere convenzionale, se le parti trovano un accordo al riguardo (es. un contratto fra i coniugi che ha ad oggetto la divisione dei beni in comune. Si osservi, peraltro, che in caso di separazione consensuale l’accordo dei coniugi potrebbe essere già oggetto delle condizioni sulla separazione illustrate nel ricorso introduttivo).

In mancanza di un accordo la divisione sarà giudiziale: dopo la pronuncia del provvedimento di separazione il coniuge che intenda comunque ottenere la divisione dei beni comuni dovrà proporre la relativa domanda al Tribunale competente: i beni rientranti nella comunione verranno divisi dal giudice sulla base di precisi criteri fissati dalla legge (art.194 ss. c.c.).

Per quanto concerne la comunione convenzionale, si osserva che non esiste una specifica disciplina delle sue cause di scioglimento. Tuttavia è opinione assolutamente prevalente che possa trovare applicazione anche in questo caso la disciplina dettata per la comunione legale (art.191 c.c.)

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6. I diritti successori e la pensione di reversibilità
Al coniuge separato spetta una parte della pensione di reversibilità, poiché non è venuto meno giuridicamente lo status di coniuge.

Per ciò che riguarda i diritti successori, il coniuge separato è equiparato a tutti gli effetti al coniuge non separato. In relazione all’eredità, continuerà quindi a godere della stessa posizione che rivestiva in presenza del vincolo matrimoniale.

I diritti in parola non sono più riconosciuti al coniuge superstite cui sia stata addebitata la separazione.

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7. La casa familiare
Nell’assegnazione dell’abitazione familiare trova applicazione il principio della salvaguardia degli interessi superiori dei figli (art. 155-quater c.c.), interesse che viene valutato prioritariamente anche rispetto agli interessi personali dei coniugi. L’abitazione familiare, quindi, viene assegnata generalmente al coniuge affidatario dei figli. Se non vi sono figli la giurisprudenza più recente esclude che il giudice possa disporre l’assegnazione della casa coniugale, questione invece rimessa alla volontà comune dei coniugi.

Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà.

Il diritto al godimento della casa familiare cessa nel caso che l’assegnatario non abiti o non abiti stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.

Il provvedimento del Giudice con cui viene disposta l’assegnazione della casa coniugale può essere trascritto ai sensi dell’art.2643 c.c. al fine di renderlo opponibile a terzi.

Nel caso in cui l’abitazione familiare sia in locazione, al conduttore succede per legge l’ex coniuge assegnatario.

Qualora non vi siano figli, salvo diverso accordo, la casa familiare non viene assegnata esclusivamente ad uno dei coniugi. In questo caso, se di proprietà comune, si potrà richiedere la divisione giudiziale dell’immobile, se di proprietà esclusiva, rientrerà nella sfera di disponibilità esclusiva del coniuge proprietario.

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8. Il mantenimento e gli alimenti
Qualora uno dei due coniugi non abbia adeguati redditi propri e la separazione non sia a lui addebitabile, il giudice può stabilire che l’altro coniuge gli corrisponda un assegno di mantenimento (art. 156, comma 1, c.c.).

L’assegno è determinato in base ai criteri previsti dalla legge e rielaborati dalla giurisprudenza. In linea di massima esso deve garantire a chi lo riceve di godere dello stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio, sempre che il coniuge obbligato abbia effettivamente la capacità economica di versarlo. Il mantenimento è di regola corrisposto con un assegno mensile.

In caso di inadempimento potrà essere disposto il sequestro di parte dei beni dell’obbligato, oppure potrà essere ordinato a terzi debitori del coniuge obbligato (es. datore di lavoro) il versamento della somma dovuta direttamente al beneficiario dell’assegno.

Il provvedimento con cui il Giudice dispone la corresponsione dell’assegno di mantenimento può in ogni tempo essere modificato o revocato qualora vi siano giustificati motivi o intervengano fatti nuovi.

Il coniuge a cui è addebitata la separazione non ha diritto al mantenimento. Tuttavia, egli potrebbe avere comunque diritto agli alimenti qualora lo stesso versi in uno stato di particolare bisogno (art. 156, comma 3, c.c.)

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9. Deducibilità fiscale dell’assegno di mantenimento
L’assegno di mantenimento a favore del coniuge a seguito di separazione o di divorzio è deducibile dal reddito imponibile del coniuge obbligato.

Nello stesso tempo tale assegno costituisce reddito imponibile per il coniuge che lo percepisce.

La deducibilità dell’assegno di mantenimento presuppone che l’obbligo di pagamento dell’assegno risulti da un provvedimento dell’autorità giudiziaria (art. 10, comma 1, lett. c) D.P.R. n.917/86).

L’assegno di mantenimento versato ai figli non è deducibile ed è escluso, altresì, dalla base imponibile del coniuge a cui viene corrisposto che, pertanto, non deve riportarlo nella dichiarazione dei redditi (art. 3, comma 3, lett. b), D.P.R. n. 917/86).

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10. L’affidamento dei figli
La disciplina sull’affidamento dei figli è stata profondamente modificata dalla L. n.54/06.

La legge di riforma ha introdotto il cosiddetto principio della (o diritto alla) bigenitorialità per cui, in caso di separazione personale dei genitori, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo familiare.

Pertanto, in sede di separazione, il giudice – considerando l’esclusivo interesse della prole – deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (affidamento condiviso) oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati (affidamento esclusivo).

Il giudice determina inoltre i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione della prole.

Il coniuge affidatario in via esclusiva avrà la potestà sui figli oltre all’amministrazione e l’usufrutto legale sui loro beni.

Il genitore non affidatario conserverà l’obbligo e il diritto di mantenere, istruire ed educare i figli e sarà tenuto a versare un assegno di mantenimento per la prole.

L’assegno viene versato mensilmente e devono essere corrisposte anche le somme relative alle cd. spese straordinarie (ad es. quelle scolastiche, ricreative, mediche, sportive o per le vacanze). Secondo la legge il suo importo va rivalutato annualmente secondo gli indici ISTAT.

La legge di riforma, recependo i precedenti orientamenti giurisprudenziali, ha riconosciuto al giudice il potere di stabilire un assegno a favore dei figli maggiorenni, da versare a loro direttamente, quando non abbiano adeguati redditi propri (art. 155 quinquies c.c.)

Ai sensi dell”art.155-quater c.c. l’interesse dei figli assume rilevanza anche al fine di stabilire a quale dei coniugi sarà assegnato il godimento della casa familiare.

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11. La modifica delle condizioni di separazione
Le condizioni di separazione possono essere modificate in ogni tempo, qualora intervengano nuove circostanze di fatto e di diritto sia nel caso di separazione giudiziale che consensuale.

I provvedimenti del Giudice in sede di separazione, infatti, valgono “res sic stantibus”. Esse non hanno carattere decisorio bensì per loro natura sono sempre modificabili. È possibile modificare le statuizioni relative all’assegno di mantenimento, quelle relative alla prole ed alla casa familiare. Di frequente la modificazione è giustificata dal fatto che uno dei due coniugi ha raggiunto una maggiore stabilità economica o un notevole incremento di reddito rispetto a quella goduta durante il matrimonio. I provvedimenti relativi ai figli possono essere sempre rivisitati qualora ciò corrisponda al superiore interesse della prole.

La modificazione del provvedimento adottato in sede di separazione può avvenire giudizialmente con un ricorso (anche congiunto) ex art. 710 c.p.c. In questo caso il provvedimento adottato sarà un decreto soggetto a particolari forme di impugnazione.

La modificazione delle condizioni di separazione può avvenire anche concordemente tra i coniugi (es. mediante un accordo stragiudiziale).

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12. La separazione di fatto
Il nostro ordinamento non regola la cd. separazione di fatto che si realizza allorché i coniugi decidano di interrompere la convivenza senza formalità e, quindi, senza quindi fare ricorso ad un giudice (es. i coniugi che coabitano o vivono in dimore diverse, ma decidono di disinteressarsi l’uno dell’altro).

La separazione di fatto non è illegittima, ma certamente non produce gli effetti della separazione legale, essendo del tutto svincolata da un controllo giudiziale: essa, per esempio, non fa decorrere il termine triennale per addivenire al divorzio.

La separazione di fatto, tuttavia, non è priva di una limitata rilevanza giuridica attribuitale da specifiche disposizioni di legge. Essa, per esempio, si configura come impedimento all’adozione, è considerata in tema di successione nel contratto di locazione etc. L’allontanamento di uno dei due coniugi dall’abitazione familiare (frequente causa della separazione di fatto) potrebbe costituire motivo di addebito nel caso di una successiva separazione giudiziale.

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13. Accordi preliminari sulla separazione
La decisione di separarsi deve essere affrontata dai coniugi in maniera libera e consapevole. E’ radicalmente nullo, infatti, qualsiasi accordo preliminare con cui una o entrambe le parti si siano obbligate a separarsi o, viceversa, ogni atto di rinuncia o transazione che imponga ai coniuge il divieto di addivenire alla separazione.

In dottrina e in giurisprudenza, peraltro, si discute della validità di eventuali accordi preliminari di contenuto patrimoniale, in cui le parti regolino i loro reciproci rapporti economici.

Alcune sentenze, tuttavia, sembrano ritenere che tale tipologia di patti sia giuridicamente irrilevante nel senso della produzione degli effetti propri della separazione, ma sia invece da considerare lecita, in quanto espressione dell’autonomia contrattuale dei privati, ex art. 1322 c. c. (si veda, tra le altre, Cass. n. 7470/92).

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